L’écrivain

dicembre 11, 2009

Un tempo volevo abbandonarmi alle voluttuose spire di piacere provocate dall dipanarsi delle parole sul foglio di carta. Era un momento estatico quello in cui si costruivano nella mie mente catene di pensieri fumosi, che assumendo la loro limpida lucidità si tramutavano in verbo in un’organica forma di comunicazione, che ricercava la sua eleganza nello spontaneo costrutto che scaturiva subitaneo dai miei polpastrelli.
Ricordo quelle sere passate al lumicino, con il solo pesante ronzio della macchina in sottofondo e il ticchettio dei tasti pigiati furiosamente mentre nastri di testo si accumulavano, riga dopo riga, su quell’insondabile bianco, frutto di un sacro furore, di un’insperata ispirazione.
Ero allora adolescente e ritenevo la scrittura la mia ancora di salvezza e il mio futuro. Me ne convinsi a tal punto che con ostinata arroganza mi definii persino scrittore. Quale insensata follia. I rari momenti di ispirazione, che mi accorsi essere necessari per poter esprimere quei pensieri sotto forma di racconto in modo fluido ed efficace, non mi permettevano la benché minima costanza, finché non passarono giorni, poi settimane, infine mesi.
La mia ostinazione non mi permise di essere franco con me stesso e continuai persino negli anni di università a ingannare me stesso sulla mie capacità.
Infine dovetti arrendermi alla semplice verità di non essere in grado di trasformare una certa dota naturale e predisposizione allo scrivere in una seria professione, in un impegno continuativo.
Ora esule dei miei stessi folli sogni, vago nel limbo tra la veglia e il sonno

Passage (n° 2)

dicembre 3, 2009

Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l’esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l’osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s’adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe. Ho letto, più o meno, tutto quel che è stato scritto dai nostri storici, dai nostri poeti, persino dai favolisti, benché questi ultimi siano considerati frivoli, e son loro debitore d’un numero d’informazioni, forse, maggiore di quante ne abbia raccolte nelle esperienze pur tanto varie della mia stessa vita. La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri.

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

Passage (n° 1)

novembre 25, 2009

Un altro mattino denota una giornata di scarsa importanza.
Inutile. Che scivolerà anonima nella sua caduta insieme a tutte le altre, tutte uguali, nel buco nero della dimenticanza. Il più in fretta possibile, spero.  Indistinguibili a un occhio esterno. Non fosse per quella numerazione progressiva che segna i giorni, i mesi, gli anni, e ti fa vedere che il tempo passa, e ti impedisce di perdere il conto, di perderti nella piattezza di questi frammenti di vita vissuta e che però è come se non fossero mai esistiti. Non lascia un segno in me questa vuotezza che mi rincorre, o che sono io a rincorrere, né potrebbe lasciarlo, perché in realtà non c’è niente.
Galleggio nel mio nulla costruito su misura e mi ci sento perfettamente a mio agio.

Lucilla Galanti, Altrove da me

Glam Rock

novembre 22, 2009

It’s a god-awful small affair
To the girl with the mousy hair
But her mummy is yelling “No”
And her daddy has told her to go

E’ buio, ma ancora la luce riverbera nella notte un certo chiarore. Non è ancora l’insondabile nero pesto che cala come un tetro sipario sulla piatta campagna sterminata eppure effimera, disturbata, non pura. Nyx avvolge i poveri mortali.
La voce di David Bowie è tirata, quasi stridula. E’ ancora Ziggy Stardust, ancora quella oscena checca vestita di straccetti glam rock.

But her friend is nowhere to be seen
Now she walks through her sunken dream
To the seat with the clearest view
And she’s hooked to the silver screen

All’ultimo verso la musica sta per cambiare. Io lo so e devo trattenermi. Se seguissi il ritmo l’auto sbanderebbe, nella notte, oltre la strada, giù nel fosso tra i campi.

But the film is a saddening bore
‘Cause she’s lived it ten times or more
She could spit in the eyes of fools
As they ask her to focus on

Sta per esplodere e la mia voce non è abbastanza tenorile per stare al passo con il Duca non ancora Duca. Non me ne frega un cazzo, sono in un delirio musicale da sabato pomeriggio. Sono in auto, non voglio esserci. Devo. Accanto a me il passeggero non sa neanche che canzone sto intonando come un pazzo. Si astiene da qualsiasi commento. E’ invisibile. Non esiste.

Sailors fighting in the dance hall
Oh man! Look at those cavemen go
It’s the freakiest show
Take a look at the Lawman
Beating up the wrong guy
Oh man! Wonder if he’ll ever know
He’s in the best selling show
Is there life on Mars?

Mars mi mozza il fiato, ma ce l’ho fatta. Deliziosamente non-sense. L’autostrada è vicina.

L’amant

novembre 20, 2009

La nostra lingua è densa di significati, eppure la sviliamo assai facilmente in nome della tendenza. Il neologismo non è sempre un fattore positivo dell’evoluzione filologica della nostra espressività.
Qui si parla di amanti e rozzi volgari
Cosa accade quando il gergo quotidiano assume una rilevanza maggiore della lingua formale? Non lo so, mi interessa, ma non posso rispondere.
Eppure c’è una sottile seppur abissale separazione tra l’intenzionalità scioccante dell’uso gergale e l’incapacità cronica di esprimersi se non attraverso il vernacolare contingente destinato a vivere la sua breve stagione di gloria, prima di perdersi nel cimitero empireo delle parlate inesistenti.
Si pone la necessità di considerare infine lo stile. Giacché quell’incapacità espressiva si palesa ancor più grave nel caso in cui si manifesti attraverso la gentil persona del sesso femminile.
Così è stato che una persona che frequento ultimamente per motivi contingenti abbia qualificato una delle sue conoscenze attraverso lo slang di dubbia finezza che va sotto il neologismo vernacolare di trombamico. Parola di per sè autoesplicativa che descrive intenzionalità di intrattenimento attraverso due corpi, senza particolare coinvolgimento affettivo tra le parti.
Come non ho avuto la forza di esimermi dall’osservare, tuttavia,  esiste nella lingua italiana una parola di inusitata eleganza per descrivere lo stesso ruolo: amante.
Mi si è quindi obiettato che amante sia in realtà un termine che faccia pensare a un coinvolgimento affettivo di qualche grado. Può essere

amante1
[a-màn-te]
(pl. -ti, part. pres. di amàre)
A agg.
Che ama: ahi tanto amò la non a. amata! Tasso
‖ Incline; appassionato: essere a. della musica, dell’arte

B s.m. e f.
1 lett. Chi ama; innamorato

2 Chi ha una relazione amorosa, spesso segreta e ritenuta illecita

Mi si conceda però la considerazione che si usò questo termine per svariati decenni senza sottintendere chissà quali implicazioni affettive. O forse, più semplicemente, in tempi precedenti a questi attuali, debosciati e grezzi, una relazione di sesso non era mai una relazione di puro sesso.

Maleise

novembre 19, 2009

La maniglia della finestra è fredda, la cornice è gelida. Oltre il vetro un sipario di tristezza separa il cortile dal resto del mondo. Anche il platano è triste. La cupa velatura che avvolge la città ha stretto anche me. Dalle tende bianche filtra solo una luce spenta e lattiginosa. Il grigiore è tanto interiore che esterno, il cielo e io ci influenziamo a vicenda.
E questo maledetto martellare mi fa uscire di senno. Ogni giorno dalle prime ore fino a che il buio cala, il rumore mi perseguita, mi penetra nel cervello, mi strappa via la lucidità. Il monitor diventa solo una lavagna magica costellata di forme e colori senza senso, le parole mi si accavallano nella mente, i concetti volano via.

Tump
Tump Tump
TUMP TUMP TUMP TUMP TUMP

A ciclo continuo, imprevedibile e privo di ogni logica. E la testa diventa greve, il lobo occipitale pulsa, un’aureola di vacuità circonda la nuca

Sono libero dal fardello che la socialità mi richiede di sopportare. Un alito di vento, destinato a scomparire nel battito di ciglia di una lettura.
Sono libero di essere me stesso, di scrivere per me stesso.
E mi perdo in volumi eleganti per ritrovare il mio io soffocato ma non perduto.

Overture

novembre 18, 2009

Del flusso delle vite che si palesa ogni giorno nell’inconsistenza di queste vetrine irreali, io non sono interessato.
Il voyeurismo estremo che si manifesta ogni giorno nei vacui spazi narcisistici, mi svuota.
Per questo io torno all’origine.
Alla parola scritta e formulata con cura.
Alla gnosis del mio io.