
fine di agosto:
la luce dal terrazzo
oggi è diversa
(Mori Ayumu)
Ho sognato la notte scorsa. Un sogno il cui ricordo è ora confuso, eppure sembrava avere una trama definita. A grandi linee si svolgeva così: ero con un’altra persona (non mi ricordo se donna o uomo) e stavo indagando su qualcosa. La chiave del mistero era una scritta o un dipinto nascosti sotto uno strato superficiale di vernice di una porta. La porta era quella di una stanza di un albergo, una foresteria di vecchio stile mitteleuropeo, dalla struttura articolata e piuttosto grande. Eppure ho come l’impressione che all’inizio del sogno fosse un banale motel in stile americano. Ricordo solo che non sono riuscito a completare l’indagine. Mentre cercavo di raggiungere la porta sentivo giungere dalla tromba delle scale degli inservienti. Sapevo di non potermi far scoprire e così sono uscito dal lucernario, fuggendo dai tetti. Per tentare di rientrare cercavo un’altra apertura, ma tutte erano sospese sopra vuoti insondabili. Alla fine non so come mi sono calato dal fianco dell’edificio, rallentando assurdamente la corsa sui davanzali delle finestre.
Mi sono svegliato con una sensazione di arsura fastidiosa. Nella penombra della stanza ho cercato la sveglia retroilluminata e ho guardato l’ora. Le 7.30, avevo spento a mezzanotte. In media una dormita dignitosa, ma mi sono rigirato e ho cercato di riprendere sonno. Non ho avuto molto successo, alle 8.10 ero di nuovo sveglio, anche se non molto lucido. Le palpebre erano pesanti, ma mi ha preso l’angoscia di addormentarmi di nuovo e ritrovarmi catapultato in quel sogno assurdo. Mi sono alzato, ho sollevato la tapparella e ho guardato fuori dalla finestra. Un insondabile grigiore. Che il sogno fosse frutto della mia meteopatia? Mi sono recato barcollante in cucina, ma quasi non mi reggevo in piedi. La mia pressione sanguigna doveva essere piuttosto bassa.
Ora invece splende il sole, il platano brilla di riflessi oro e verdi e la luce è così intensa che ho dovuto abbassare la tendina parasole, che col suo colore rosso illumina la stanza di una particolare penombra rossastra. Per fortuna che esiste il sencha a corroborare spirito e corpo…
Al tramonto la luce oro e vermiglio riflette i suoi fiochi raggi sui glicini in fiore. E’ tutto sbocciato all’improvviso, dal pallido sole di marzo è come essere trasportati all’improvviso nei giorni di luglio, come se il tempo avesse fagocitato tre mesi senza tanti complimenti. Anche l’atmosfera è la medesima, il calore asfissiante, la timida brezza calda che provoca arsura.
Sul fare della sera si odono voci di fanciulli risalire dai cortili. Li ascolto in ogni dove, come un sottofondo, senza porci attenzione cosciente, ma sono sempre lì ad aleggiare nel vespro.
Poco fa ero seduto accanto alla finestra spalancata in cerca di qualche alito di vento, ora più fresco, immerso distrattamente nella lettura di un romanzo, quando ho alzato lo sguardo verso il platano e oltre, sugli edifici scintillanti degli ultimi raggi di sole e li ho uditi di nuovo. Ho abbassato lo sguardo per cercarne la fonte e nel cortile della casa a fianco li ho visti, tre bambini che giocavano spensierati. E all’improvviso mi sono ricordato fugacemente di quando un cortile poteva essere grande come la terra e il mondo là fuori un universo sconosciuto.
In un tempo dell’adolescenza che ora risulta offuscato come una bruma autunnale all’alba, visitai la terra toscana, alle pendici di Monte Amiata. Nella terra dei poeti e degli artisti, tra i colli della sua campagna così segnata dall’operare umano, vagai di borgo in borgo senza una precisa meta, assorbendo da quelle secolari mura l’atmosfera e l’intangibile stratificazione del tempo che le impregnava.
Infine una sera d’agosto, nella frescura che seguita il vespro, mi trovai a errare tra i banchi di una sagra paesana. Non è rimasta in me memoria alcuna dei manufatti ivi smerciati. Ricordo invece un fatto singolare, quanto penoso e al contempo fortemente spirituale.
Venni a convegno per l’unica volta nella mia vita con un lupo grigio. Stette lì, immoto, nella rigidità della morte. Il suo destino era stato quello di essere abbattuto per un motivo a me ignoto e quindi impagliato e messo a bella posta a uso dei visitatori che si accalcavano nella folla della sagra.
Io mi soffermai di fronte alla nobile creatura e ne osservai i contorni. Non la sua inquietante simmetria, come disse il poeta della tigre, ma la sua fierezza indomita, il muso calmo, il suo sguardo profondo rivolto all’infinito. Pensai, allora, come neanche la morte avesse potuto strappargli il suo spirito, come neanche la degradazione beffarda dell’inutile gabbia in cui era rinchiuso avesse intaccato la sua inafferrabile natura. In cuor mio credetti allora e sempre, contro ogni razionalità, che il lupo scorresse libero nelle infinite praterie e nei lussureggianti boschi di un altrove irraggiungibile. Provai una rabbia incontenibile per chi aveva ridotto un animale così fiero e nobile a oggetto inanimato, eppure il lupo era riuscito anche dopo la morte a farsene beffe e il suo spirito aleggiava su quella reliquia. Non poteva essere considerato un mero trofeo per il cacciatore, a riprova di quanto la natura sia infinitamente più potente dell’arroganza umana.
Silenziosamente onorai l’animale e ne presi commiato. Da allora i lupi smisero di essere i miei animali favoriti. Da allora essi sono i miei spiriti guida.

La finestra del bagno si affaccia sul palazzo a fianco, ma oltre l’angolo si vede una piccola porzione della strada e oltre ad essa altri palazzi e la ferrovia. La città sullo sfondo. Giacché i suoni della casa sono attenuati tra le mura adorne di piastrelle bianche, dal vetro filtrano quelli della città. Un tempo si sentivano anche i treni passare con il loro fischio. Ora ciò che resta sono i suoni della strada.
Eppure c’è un momento, di sera, in cui essi cambiano, assumono un tono lento, calmo, malinconico. Mi ricordo che ero uso a fumare l’ultima sigaretta del giorno prima di coricarmi, sul terrazzo che si affaccia sulla strada e nella calma meditativa della notte, mi ritrovavo sovente ad ascoltare quella inusuale musica della sera e lo spettacolo pirotecnico delle luci. Non so perché, allora, risaliva dal mio stomaco una strana sensazione, come lo sfarfallio che si prova per un amore o per l’ansia causata da qualche preoccupazione, ma più tenue, quasi dimesso. Ancora adesso lo provo, ascoltando quel suono o quello delle auto che sfrecciano sulle strade umide di pioggia, in sottofondo.
Ricordo ancora il giorno in cui entrai in profonda comunione con l’essenza primigenia di ogni cosa, un’anima universale che nessuno riesce a definire in parole, che alcuni chiamano Cosmo, altri Natura, profondamente inafferrabile, inumana. Essa si manifesta a tutti, ma non per molti questa epifania influisce sullo scorrere della vita. Ancora io non lo sapevo, ma da quel momento in poi, ogni mio sforzo intellettivo, ogni mio anelito cogitante è stato rivolto a comprenderla. Dopo tanti anni, ora so che non mi sarà mai possibile dipanare alcunché, che la mia cerca non potrà aver alcun esito, ma che una vita spesa in essa non sarà stata uno sperpero.
Ero in viaggio sull’Isola di Smeraldo, la mia mente già rivolta alla ricerca di me stesso, ma incerto sui passi da compiere. Per pura contingenza mi fu proposta un’escursione verso un luogo a me ignoto, tra le morene irlandesi, tra le rovine di Glendalough. Un insediamento antico, risalente alla prima cristianità di quell’isola, un villaggio dalle pietre color cenere, sormontato da un’imponente torre campanaria, eretta verso l’alto come una falange additante il cielo. Un’aura sacra pervade quel luogo, come se gli antichi l’avessero scelto percependo la calma energia sprigionata dalla valle. Camminando sui selciati e tra i prati smeraldini compresi la profonda spiritualità dei canti e delle leggende. Infine giunsi alle rive dello stretto lago morenico e sedetti su un tronco spezzato a pochi passi dalla riva spazzata dallo sciabordio delle onde e mi fermai ad ascoltare il loro canto, il vento fresco sulla pelle, la luce filtrante dal fondo della valle attraverso le fronde delle conifere. E in quel momento, non saprei descrivere come, percepii il Nucleo o l’Essenza. Da quel giorno fui me stesso.

Egli non può accettare un ringraziamento, perché il fatto lo metterebbe in imbarazzante debito sociale rispetto alla persona che gli esprime la propria gratitudine. E siccome non sa stare alla più normale regola di convivenza civile, maschera dietro a un temperamento burbero e scostante la sua incapacità relazionale. A un livello conscio questo lo capisco molto bene, al livello superficiale e contingente invece le sue uscite puntigliose e iraconde mi indispettiscono e amareggiano. Giacché nessuno vorrebbe sentirsi rinfacciare alcunché in risposta a un ringraziamento.
una tazza di tè
posata sul tavolo,
aspettandomi
(Mori Ayumu)
Infine la pioggia ha smesso di battere sulle piatte pietre del cortile, ma il cielo è ancora chiuso, penetrato solo da una luce lattiginosa e plumbea, sempre più smorta e fievole. Non mi aspetto un vespro scintillante, ma un giorno che va estinguendosi come un lume che ha esaurito il suo stoppino.
A riscaldare corpo, anima e cuore evoco l’antica mistura, scoperta per caso da un imperatore straniero sotto a un albero di camelia. Si dice che egli riposasse alla sua ombra, quando lieve una fogliolina si posò in una coppa d’acqua bollita. Egli, come tutti coloro che ancora gli rendono gratitudine per il matrimonio alchemico che celebrò quel giorno, rimase deliziato dall’aroma sprigionato dal tepore della bevanda.
Anche quando non conoscevo questa leggenda, da fanciullo, amavo l’infuso del tè. In verità non ho mai smesso di perdermi nelle spire di piacere che mi provoca un singolo sorso del prodigioso liquore dalle proprietà corroboranti.
Nei momenti più tesi come nei giorni più lieti, mi ritaglio il piccolo momento meditativo, in cui sorseggiando una tazza di tè posso, per qualche istante, distaccare mente e corpo dalla contingenza della mia vita e perdermi nel flusso di tepore che dalla tazza entra in me, in comunione estatica e assoluta.
Perché non mi si vuole lasciare in pace? Sono un’anima semplice da appagare, che trova conforto nelle gioie intellettive. Per il resto questo mondo è troppo grande da cambiare, troppo stupido per voler mutare. Ho provato, sono stato una voce che gridava nel deserto ai venti insensibili. E se qualcuno mi ha ascoltato deve aver pensato “cosa vuole costui?” o magari persino “chi è questo alienato?”.
In quanto all’amore, mi è stato negato, al punto che ormai sono rassegnato alla mia solitudine imperitura. Giacché ogni volta che avvicino una persona, ella finisce col respingermi. E nel caso sia io a essere avvicinato, allora per qualche strano scherzo sistematico del destino, ella mi amerà alla follia per un certo tempo, nel quale l’avrò ricambiata anima e corpo, fino a quando poi verrò gettato via come uno straccio vecchio e “noioso”.
Mi sono dunque arreso all’esser compreso, vivo tranquillo delle mie piccole gioie, opero al meglio nel mio lavoro, anche se esso non mi soddisfa sempre appieno. Vivo nella mia piccola foresta mentale, intrico di arbusti e beltà.
Eppure, immancabilmente, qualcuno giunge con una crudele torcia ad appiccare l’incendio al limitare del bosco, cercando di stanarmi, probabilmente per il semplice gusto di arrecare danno.
Complicazioni inutili di questioni inutili anche sulla scala meramente umana. C’è chi gode immensamente a importunare la mia pace instabile?
Il traffico mi innervosisce, l’imprevedibilità delle altre persone al volante di un’automobile mi rende ansioso e a tratti paranoico. Mi ha abbandonato la spavalderia che contraddistingueva i miei primi mesi da neopatentato. Allora rischiavo, se così si può dire di una guida decisa, mi sentivo sicuro della strada e del mio ferrovecchio.
Poi, un pomeriggio di inverno, è bastato un attimo per ritrovarmi sbandato in mezzo alla tangenziale, reo di aver avuto troppa fiducia nella guida altrui, umiliato dalla polizia accorsa a constatare il sinistro, schiacciato dal senso di colpa di aver coinvolto un’altra persona nella mia personale giostra dell’orrore.
Da allora non mi sento più sicuro, al volante. Mi metto sommessamente alla guida della mia auto, cercando di provocare meno disagio possibile agli altri. Da questa cauta posizione ho incominciato a osservare la frenesia, sovente assurda, del popolo motorizzato in cui si risvegliano primordiali istinti di prevaricazione e prepotenza, probabilmente indice di una qualche generata frustrazione che razionalmente neanche le persone stesse saprebbero giustificare.
C’è qualcos’altro, però. Una nota positiva. Perché nonostante tutto io amo il viaggio, forse più della meta stessa da raggiungere. Non riesce a essere un viaggio disteso, meditabondo, come quello del passeggero. A volte però, per strade sperdute, dove posso dimenticarmi per qualche minuto degli altri guidatori molesti, allora divento tutt’uno con il veicolo ed esso con la strada.